La mia storia
Ho iniziato a dipingere nel 2014, dopo un incidente che mi ha costretta a fermarmi per quasi un anno a causa della rottura di un legamento. Prima di allora non avevo frequentato studi artistici specifici e non avevo mai pensato di poter dipingere. Se quell’incidente non fosse accaduto, probabilmente oggi non sarei un’artista.
La pittura è entrata nella mia vita così: senza essere cercata.
All’inizio ero io stessa incredula di fronte a quello che stava succedendo. Ho cominciato a dipingere per riempire un tempo improvvisamente vuoto e mi sono ritrovata, quasi senza rendermene conto, a lavorare ogni giorno. Non avendo una formazione accademica, ho costruito il mio percorso attraverso l’osservazione, lo studio autonomo, gli errori, i tentativi e soprattutto la sperimentazione. Già nel primo anno realizzai decine di opere.
Le donne: prima di schiena, poi gli occhi
Una delle cose che trovo più curiose, guardando oggi i miei primi lavori, è accorgermi che ho iniziato dipingendo soprattutto donne viste di schiena. Non era una scelta razionale. Semplicemente uscivano così.
Poi, lentamente, quelle donne hanno cominciato a voltarsi. Prima leggermente, mostrando un profilo. In seguito è comparso un solo occhio, mentre il resto del volto rimaneva quasi assente. Infine si sono girate completamente e sono arrivati gli sguardi.
Da quel momento lo sguardo è diventato per me un territorio di ricerca. Mi interessava tutto ciò che un volto riesce a dire senza parlare: la vulnerabilità, la forza, la paura, la determinazione, la solitudine, il desiderio di essere visti.
Solo dopo ho capito che quelle trasformazioni raccontavano anche qualcosa del mio percorso. Le figure che inizialmente nascondevano il volto, lentamente avevano trovato il coraggio di guardare.
Con le donne ho iniziato a raccontare sempre di più anche i miei vissuti, senza volerli trasformare in autoritratti. Mi interessava partire da qualcosa di personale per arrivare a qualcosa di universale: l’unicità di ogni individuo, la fragilità, la forza, la resilienza e la capacità di ricominciare.
I corpi: raccontare le relazioni
A un certo punto il volto non mi è più bastato. Ho iniziato a lavorare sul corpo perché avevo bisogno di raccontare ciò che accade tra le persone. Un corpo che sostiene un altro, due figure che si cercano, che si allontanano, che si proteggono, che si affidano. Il corpo è diventato il mio modo per parlare di relazione.
Il corpo ha smesso di essere semplicemente un soggetto da rappresentare ed è diventato un linguaggio attraverso cui raccontare vicinanza, distanza, sostegno, equilibrio, fragilità e incontro.
Corpi di Luce: attraversare il buio
Continuando a sperimentare sul corpo, ho iniziato a lavorare in modo sempre più radicale sul rapporto tra colore, nero e luce. Sono nati così i Corpi di Luce. Coprivo il colore con il nero e poi tornavo a cercarlo incidendo la superficie, graffio dopo graffio. All’inizio pensavo di aver semplicemente trovato un modo diverso di dipingere. Solo dopo ho capito che quella tecnica stava raccontando qualcosa di molto più profondo.
Il colore non era scomparso. Era ancora lì, nascosto sotto il nero.
Quel gesto è diventato per me una metafora: anche la nostra luce può rimanere nascosta sotto paure, ferite, silenzi ed esperienze, ma non per questo smette di esistere. Incidere non significava aggiungere qualcosa. Significava togliere ciò che impediva alla luce di emergere.
I Corpi di Luce non parlano quindi del buio. Parlano della possibilità di attraversarlo e ritrovare la propria luce.
(s)Confini: oltre il limite
Da quella ricerca il confine stesso della figura ha iniziato progressivamente a perdere la propria rigidità. Il colore ha cominciato a uscire dai corpi, colare, attraversare il limite della forma. Sono nati così gli (s)Confini.
Il confine ha smesso di essere soltanto ciò che separa. È diventato qualcosa che può essere attraversato, modificato, superato. Mi interessava indagare ciò che accade quando una forma non riesce più a contenere ciò che porta dentro.
Parallelamente ho continuato a sperimentare con tela, carta, legno, incisioni, stratificazioni e superfici materiche. Ogni nuova serie è nata dalla precedente, ma anche dal desiderio di metterla in discussione e trovare una possibilità ulteriore.
Alchimia: le crepe diventano luce
Da questa ricerca sulla trasformazione sono nate le crepe e, infine, Alchimia, la mia serie più recente.
In Alchimia la frattura non viene nascosta. Al contrario, viene resa visibile attraverso l’oro. La filosofia del kintsugi è diventata per me un riferimento naturale: ciò che si rompe non deve necessariamente essere riportato a com’era prima. Può trasformarsi, e proprio la sua frattura può diventare parte della sua bellezza.
Le crepe non cancellano ciò che è accaduto. Lo rendono visibile e lo trasformano.
Per me Alchimia rappresenta oggi il punto di arrivo — provvisorio, perché la mia ricerca continua — di un percorso iniziato dodici anni fa: dalle donne senza volto alle donne che guardano, dai corpi che raccontano le relazioni alla luce nascosta sotto il nero, dai confini attraversati fino alle crepe che diventano oro.
Le esperienze che hanno segnato il mio percorso
Se ripenso alle mostre di questi anni, alcune non sono soltanto date da inserire in un curriculum. Sono luoghi, incontri ed emozioni che ricordo ancora perfettamente.
Venezia
Una di queste esperienze è sicuramente Venezia, nel 2021, con Opera Vision della Fondazione Amedeo Modigliani, a Palazzo della Pietà. Ricordo l’emozione di trovarmi con le mie opere in un palazzo così straordinario, in una città che già da sola sembra un’opera d’arte. Ricordo l’aperitivo sulla terrazza, gli incontri, le persone presenti e quella sensazione difficile da descrivere di trovarmi improvvisamente in un contesto che, solo pochi anni prima, non avrei mai immaginato di poter vivere. In momenti come quello riaffiora ancora l’incredulità degli inizi: “Ma davvero sono arrivata fin qui?”
Le prime esperienze internazionali
Il 2021 è stato un anno importante anche per la dimensione internazionale del mio lavoro. Le mie opere sono arrivate a San Pietroburgo, con La finestra d’Europa al Palazzo della Cultura di Caterina, e a Londra, alla Holy Art Gallery. Nello stesso anno ho partecipato alla 9ª Biennale Internazionale di Montecarlo, ricevendo una segnalazione di merito, mentre all’Art Mall Milano è arrivato l’Art Mall Milano Prize.
Vedere il mio lavoro uscire progressivamente dal mio territorio e raggiungere luoghi così diversi ha cambiato anche il mio modo di percepire ciò che stavo facendo. La pittura, nata durante un anno di immobilità, stava iniziando a viaggiare molto più di quanto avessi mai immaginato.
New York
Poi è arrivata New York. Vedere il proprio lavoro dall’altra parte dell’oceano ha un significato particolare. Nel 2024 alcune mie opere sono state presentate in una collettiva internazionale a New York e, nel novembre 2025, sono tornata a Manhattan con l’Italian Collection, alla Bottega ’500 di Tribeca.
Per me non è stato semplicemente “esporre a New York”. È stato essere lì fisicamente e pensare alla distanza tra quella galleria e il giorno in cui, ferma dopo un incidente, avevo preso in mano i colori senza sapere cosa stessi facendo. È uno di quei momenti nei quali il passato e il presente sembrano incontrarsi per qualche secondo.
Malta e i luoghi dell’arte
Anche Malta e Gozo mi sono rimaste particolarmente nel cuore. Nel 2025 ho partecipato alla collettiva internazionale The Digital Panopticon: Please, Watch Me! all’ArtHall di Victoria, Gozo.
Viaggiare con le opere, entrare in gallerie e contesti culturali diversi e scoprire che un’immagine può comunicare anche dove la lingua cambia è una delle parti più affascinanti di questo percorso. Negli anni ho avuto la possibilità di esporre in numerosi contesti in Italia e all’estero: Londra, San Pietroburgo, Montecarlo, Vienna, New York, Malta e altri luoghi che hanno progressivamente ampliato il mio orizzonte artistico.
Quando arte e inclusione si incontrano
Accanto alle esperienze internazionali, alcune delle tappe che considero più importanti sono però nate molto vicino a me e hanno un significato profondamente legato anche al mio lavoro di insegnante.
Nel 2024 la personale (s)Confini, allo Spazio Cultura della Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, ha trasformato la mostra in un’esperienza multisensoriale. Non soltanto vedere l’arte, ma poterla toccare, ascoltare e attraversare attraverso sensi differenti.
Da quella ricerca sull’accessibilità sono nati altri progetti fino ad arrivare, nel 2026, ad Attraverso i corpi a Trieste, realizzata con Tivarnella Art Consulting e con la collaborazione dell’Istituto Regionale Rittmeyer per i ciechi, con opere pensate anche per l’esplorazione tattile e un’esperienza al buio.
Sono momenti nei quali le mie due vite — quella di artista e quella di insegnante — smettono di essere separate e diventano parte della stessa ricerca.
I riconoscimenti
Nel 2025 è arrivata anche la Menzione Speciale alla VI Biennale d’Arte Contemporanea di Salerno per l’opera P.E.A.C.E.
I premi e i riconoscimenti fanno piacere e rappresentano conferme importanti, ma non li considero punti d’arrivo. Ogni risultato ha finito, paradossalmente, per aprire una nuova domanda e spingermi verso qualcosa che ancora non avevo provato.
Oggi le mie opere hanno attraversato città, gallerie e Paesi che nel 2014 non avrei neppure immaginato. Eppure, quando penso a tutto questo, continuo a tornare alla stessa immagine: io ferma dopo un incidente, che inizio a dipingere senza sapere dove mi porterà.
Forse è proprio questa la parte che ancora oggi mi sorprende di più.
Non avevo programmato di diventare un’artista. Ho semplicemente iniziato a dipingere. E non ho più smesso.


Novera, il mio primo Premio vinto


New York, ottobre 2025
Momenti
Alcuni ricordi.


Cuneo, 2022
Mostra personale






Cuneo, 2022
Mostra personale
Reggio Calabria
Mostra personale
Reggio Calabria
Mostra personale
Emmanuela Zavattaro | Arte Visiva
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